#505# Danimarca: strage di cetacei sulle coste delle isole Fær Øer
il martedì, 30 giugno 2009
Ora 15:30
Ogni anno, nelle Isole Faroe, Danimarca, si consuma la crudele strage dei Delfini Calderones. Per tradizione, fin dal '500, gli abitanti del posto si precipitano sulla costa per massacrare senza pietà con accette, uncini e martelli fino a 3500 cetacei. Per assistere allo spettacolo, anche i bambini sono esentati da scuola, come per ogni tradizionale festa popolare. Il massacro non avviene per fini alimentari, perché la carne di questi animali contiene valori di metalli pesanti e tossine che superano lo standard UE per gli alimenti. Il territorio è sotto la giurisdizione della Danimarca, ma di fatto le Isole Faroe sono autonome, soprattutto in materia di ambiente e pesca.
Come è comprensibile, eliminare interi branchi di animali marini, oltre ad essere un atto brutale ed insensato, porta inevitabilmente allo scompenso dell'ecosistema, non solo del luogo, ma di tutti quei posti bagnati dall'oceano che questi cetacei, migratori, usano come habitat.
Grazie ad internet la protesta corre sul web. Il gruppo di Facebook “Fermiamo il massacro dei delfini calderones” e principale gruppo del movimento e i successivi gruppi collaboratori tra cui il medesimo "NO AL MASSACRO DEI DELFINI INDANIMARCA" e altriche troverete sempre su facebook, su tutti, sta portando all'attenzione di molte persone questa vergognosa vicenda.
firmate la petizione :
www.petitiononline.com/zxqw1234/petition.html
Stiamo parlando di una cosa che accade in Danimarca, ormai da tantissimi anni e precisamente nelle isole Feroe (in lingua danese Fær Øer Islands) dove avviene sotto silenzio una vera e propria strage dei cetacei della specie.
Questi splendidi animali fanno parte della famiglia dei delfinidi, parlando in senso strettamente scientifico sono appartenenti alla
- classe mammalia,
- ordine cetacea,
- famiglia delphinidae.
Esistono due specie conosciute: il globicephala melas e il globicephala macrorhynchus.
Nel Mediterraneo è presente il globicephala melas, che preferisce le acque temperate e sub tropicali, a differenza del globicephala macrorhynchus che preferisce le acque fredde, escluso il Pacifico settentrionale, ma lo troviamo anche in acque temperate. Lì dove i loro areali si sovrappongono spesso non si riesce a capire di quale specie si tratti, infatti le differenze sono poco evidenti.
Entrambe presentano una colorazione dal nero al grigio scuro con una macchia bianca sul ventre che ricorda la forma di un’ancora, hanno la pinna dorsale posta leggermente avanzata di forma arrotondata e molto bassa e larga, il rostro è praticamente quasi assente.
Raggiungono una lunghezza al massimo di 7 metri e mezzo per il maschio, e di 5 metri e mezzo la femmina. Già alla nascita hanno una lunghezza di 1 metro e 70 e pesano circa 90 kg, mentre possono raggiungere le 2 tonnellate da adulti (maschi).
E’ possibile distinguerli a terra, dal numero dei denti, la conformazione del cranio e le pinne pettorali. Il globicelafo presenta un capo imponente e globoso, con il rostro non evidente.
Generalmente si avvistano gruppi dai 10 a 30 esemplari. Sono individui molto longevi, addirittura le femmine superano i 60 anni d’età. Sono socievoli, e si avvicinano spesso alle imbarcazioni, questo fa di loro delle prede molto facili.
Si nutrono principalmente di calamari, e questa loro predilezione nella dieta ha portato ad un adattamento della conformazione dentale che presenta molti meno denti rispetto agli altri odontoceti, in media 30-40 rispetto ai 120 dei tursiopi.
Vivono in tutti i mari del mondo tranne nel pacifico settentrionale.
Questa specie si divide in due grosse popolazioni principali, la prima, la più grande, si avvista nella fascia circumpolare dell’oceano settentrionale, al largo delle coste dell’Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Cile e Argentina. La seconda popolazione risulta molto più piccola e può essere avvistata nell’Oceano Atlantico settentrionale.
Entrambe le specie preferiscono le acque profonde dove trovano i calamari di cui si nutrono.
Il loro comportamento è più simile a quello delle balene che a quello dei delfini, infatti sono comunemente chiamati delfini balena.
Li troviamo spesso associati ai grampi con cui condividono gli areali e alcuni comportamenti come lo spy-hop, mettono la testa fuori dall’acqua come se stessero spiando, e il logging, ovvero galleggiano sull’acqua immobili e silenziosi dando l’impressione di tronchi galleggianti.
Questi delfini Calderones,come già detto sono una specie considerata molto intelligente e che ha perciò la tendenza ad avvicinare l’uomo spinto dalla curiosità e forse dalla voglia di stabilire un contatto. L’ignara creatura non potrebbe immaginare a cosa la porterà la sua sana curiosità: al contatto con un’altra creatura che ha intenzioni del tutto diverse.
da SunnyPink
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#504# Condanna del New Scientist alla caccia alle balene
il domenica, 28 giugno 2009
Ora 21:26
Un articolo sul New Scientist conferma che la caccia dei giapponesi non e' affatto ricerca scientifica.
Qualche settimana fa si è svolto nell'isola di Madeira il 61esimo meeting dell'IWC, la Commissione Internazionale sulla baleneria, e la stimata rivista scientifica New Scientist ha pubblicato un articolo in cui spiega che le attività di caccia alla balena condotte dal Giappone non hanno niente a che fare con la ricerca scientifica.
E' da più di 20 anni che la Sea Shepherd Conservation Society mette in discussione la validità scientifica di questa cosiddetta ricerca.
Non è altro che una scusa per coprire il reale scopo e cioè mere attività commerciali. Le attività di caccia condotte dal Giappone sono operazioni criminali in violazione del Trattato Antartico, delle normative dell'International Whaling Commission (IWC), della Convenzione sul Commercio Internazionale di Specie Protette (CITES) e numerose altre leggi internazionali.
17 giugno 2009, di Nichola Raihani e Tim Clutton-Brock
Link: http://www.newscientist.com/article/mg20227136.100-why-japans-whaling-activities-are-not-research.html
Nel 1986, l'International Whaling Commission (IWC) ha imposto una moratoria sul commercio di carni di balena per permettere a questi animali di riprodursi e in questo modo ripopolare i mari del mondo. Tuttavia, questo attuale divieto permette agli stati membri di auto-garantirsi speciali permessi per uccidere balene per scopi scientifici, con il permesso di utilizzare la carne di balena dopo la raccolta dei dati scientifici.
Solo il Giappone gode di un permesso speciale. Il suo attuale programma di ricerca, iniziato nel 2000 e condotto dall'Institute of Cetacean Research (ICR) giapponese, propone di uccidere più di 1000 balene all'anno in Antartico e nel Pacifico nordorientale. Gli obiettivi dichiarati sono quelli di stabilire la struttura delle popolazioni di balene e le abitudini alimentari di diverse specie di balene, incluse anche quelle a rischio di estinzione.
Il Giappone è già stato ampiamente criticato per le sue attività di baleneria, operazioni ritenute pura caccia alla balena travestita da ricerca scientifica. Ma in vista del meeting dell'IWC 2009, vale la pena rispolverare gli argomenti contro la caccia "scientifica" alle balene.
Sebbene i primi risultati del Giappone abbiano fornito informazioni utili, i recenti progressi nelle tecniche non letali, come le biopsie, fanno sì che i dati si possano raccogliere senza uccidere nessuna balena. Allo stesso modo, non è più necessario uccidere balene per sapere cosa hanno mangiato, visto che lo si può fare determinando il DNA in campioni di feci.
L'impatto scientifico della ricerca è comunque molto limitato. Sono state pubblicate su riviste internazionali solo ricerche relativamente piccole, rispetto ai programmi di ricerca su altri mammiferi marini come i delfini. Secondo l'ICR, la ricerca scientifica condotta uccidendo balene ha prodotto 152 pubblicazioni in riviste specializzate dal 1994. Tuttavia, solo 58 di questi articoli sono stati pubblicati su riviste internazionali. I restanti sono apparsi solo su giornali locali e in gran parte solo in giapponese, non sono stati valutati da esperti internazionali e sono quindi di dubbio valore scientifico.
La Commissione Scientifica dell'IWC ha esplicitamente dichiarato che i risultati generati dal Programma di Ricerca Giapponese in Antartico (JARPA) "non furono richiesti per la gestione delle popolazioni di balene". Ricerche indipendenti mostrano che i dati giapponesi possono sovrastimare la popolazione di balene fino all'80% (Marine Ecology Progress Series, vol 242, p 295).
Infine, dato che vi è una notevole variazione nella capacità di diverse popolazioni di balene di riprendersi dall'impoverimento del numero di esemplari (Marine Mammal Science, vol 24, p 183), il valore della ricerca per comprendere le popolazioni al di fuori dall'Antartico e dal Pacifico nordorientale è limitato. Questo fondamentalmente fa crollare la giustificazione per la ricerca scientifica che prevede l'uccisione di balene.
Nichola Raihani fa parte dell'Institute of Zoology di Londra
Tim Clutton-Brock è Prince Philip Professor of Ecology and Evolutionary Biology all'Università di Cambridge
Fonte
Sea Shepherd, New Scientist Condemns So-Called Japanese Research Whaling, 17 giugno 2009.
Traduzione a cura di Linda Possanzini
da SunnyPink
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#503# Fame nel mondo e scelta vegetariana
il domenica, 28 giugno 2009
Ora 21:18
Allarme FAO: "1.020 milioni di persone soffrono la fame ogni giorno".
Comunicato stampa congiunto
23 giugno 2009
Nonostante vari importanti trattati internazionali che con nobile intento affermano il diritto di tutti al cibo, ci troviamo di fronte al fatto che un sesto dell'umanita' sta morendo di fame.
Questa catastrofe ci fa capire che nel nostro villaggio globale qualcosa e' ovviamente uscito dai binari dell'etica e della razionalita'.
- La fame e la mlnutrizione stanno uccidendo quasi sei milioni di bambini l'anno, mentre altri bambini in altre parti del mondo sono costretti a una dieta satura di carne, che li porta all'obesita' e a una gran varieta' di malattie che accorciano la loro aspettativa di vita e pesano sul sistema sanitario pubblico.
- L'inefficiente sistema di produzione della carne continua a espandersi fuori da ogni controllo, ma ancora le istituzioni come la FAO continuano a sostenere questa tendenza, nonostante gli alti costi ambientali in termini di inquinamento del suolo, dell'acqua, dell'aria, anziche' tentare di fermare questo processo, o almeno di rallentarlo.
- La giustizia sociale e' compromessa: anche di fronte a tanta poverta', una proporzione enorme di risorse alimentari (fino al 95% della soia) vengono ancora dirottate verso gli animali d'allevamento anziche' essere usate per nutrire le persone.
Il direttore generale della FAO, Jacques Diouf, afferma: "L'attuale situazione di insicurezza alimentare mondiale non puo' lasciarci indifferenti".
Infatti, non puo'. Per troppo tempo non e' stato fatto nulla di concreto per risolvere questa situazione drammatica.
Tuttavia, il recente comunicato della FAO evita di considerare l'impatto che 56 miliardi di animali, nutriti ogni anno per essere poi macellati, rappresentano per il problema della sicurezza alimentare.
Dov'e' la giustizia sociale?
Specialmente in tempi di estrema sofferenza, buonsenso vorrebbe che venisse svolta un'indagine obiettiva su tutti i mezzi adeguati per alleviare tale sofferenza, e questo nell'interesse di tutti, poveri e ricchi. Dopotutto, se la gente che muore di fame si rifiutasse di continuare a portare questo fardello in un silenzio rassegnato, e decidesse invece di ribellarsi, il disordine sociale risultante metterebbe in pericolo tutti, anche chi oggi si sente al sicuro e tranquillo.
La scelta vegetariana offre una gran varieta' di benefici e questo stile di vita rispettoso e' proprio il modo ideale di risolvere la tragedia della fame nel mondo. Una dieta senza carne, o anche solo una sensibile diminuzione dei consumi di carne, libererebbe in tempi brevi una quantita' enorme di cibo e risorse: se solo gli americani riducessero il loro consumo di carne del 10%, potrebbero essere nutriti 100 milioni di persone in piu'!
Ogni vegetariano e' una testimonianza vivente di solidarieta' e contribuisce in modo determinante a una nuova societa', giusta e responsabile, di cui abbiamo bisogno con tanta urgenza.
Nota:
E' in corso sul tema la petizione "Cibo contro mangime": "In nome dell'umanita', una comunita' globale responsabile non puo' piu' permettersi di investire da 7 a 16 kg di cereali o soia, fino a 15.500 litri di acqua, e 323 metri quadrati di pascolo per la produzione di un solo chilo di manzo per chi si puo' permettere di pagarlo".
Per firmare:
http://www.evana.org/UN/index.php?lang=it
Una seconda petizione sul tema è Stop sussidi ad allevatori e pescatori, una petizione popolare a livello europeo che chiede di mettere fine a ogni genere di sussidio all'allevamento, alla pesca e alle coltivazioni di mangimi per animali d'allevamento.
Per firmare:
http://www.nutritionecology.org/it/news/petition_cap.html
Firmatari del comunicato:
AgireOra Network
http://www.agireora.org
Italia
Association Végétarienne de France
http://www.vegetarisme.fr/
Francia
Centro Vegetariano
http://www.centrovegetariano.org
Portogallo
Edinburgh the Fur-Free City
http://www.edinburghfurfreecity.co.uk
Regno Unito
European Vegetarian and Animal News Alliance (EVANA)
http://www.evana.org
Internazionale
Jewish Vegetarians of North America (JVNA)
http://www.JewishVeg.com
USA
Romanian Vegetarian Society
http://www.svr.ro
Romania
SHARAN
http://www.sharan-india.org
India
Swiss Union for Vegetarianism
http://www.vegetarismus.ch/
Svizzera
Vegan Society Austria
http://www.vegan.at
Austria
Veg Climate Alliance
http://vegclimatealliance.org/
Internazionale
Vegetarierbund Deutschland e.V. (VEBU)
http://www.vebu.de
Germania
Fonti:
FAO, One sixth of humanity undernourished - more than ever before, 19 giugno 2009
World Food Programme, Every six seconds a child dies of hunger
EarthSave, Food Choices and the Planet
da SunnyPink
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#502# Uccisione dei cani "di troppo" in Cina
il domenica, 28 giugno 2009
Ora 21:15
In una città cinese la politica del singolo cane obbliga le famiglie a una scelta crudele.
La signora Chen non riesce ad immaginare di abbandonare uno dei suoi due migliori amici: un terrier dall'aspetto trasandato e un pechinese dal pelo bianco e soffice. Ma questo è ciò che il governo di Guangzhou pretende dalla casalinga di mezza età, dal momento che la politica del cane singolo entrerà in vigore in questa città del sud della Cina.
A partire dal primo luglio, a ogni nucleo familiare è consentito tenere un solo cagnolino. Il regolamento non ammetterà eccezioni, pertanto pare che le famiglie con più di un cane dovranno decidere quale di essi potrà rimanere.
"E' un regolamento crudele. Questi cani sono membri della famiglia. Com'è possibile tenerne uno e sbarazzarsi degli altri?" dice la signora Chen, che non ha fornito il suo nome completo per paura che la polizia possa rintracciarla e confiscarle i cani.
Controlli di questo tipo hanno suscitato risentimento nella popolazione - prevalentemente nella nuova borghesia - delle altre città cinesi. Il provvedimento di Guangzhou arriva nel momento in cui c'è molta preoccupazione per l'economia ed esiste la possibilità che questa normativa scateni una reazione negativa generale.
La polizia e il governo cittadino sembrano consapevoli della sensibilità legata alla questione. La Associated Press ha impiegato tre settimane a fare telefonate e inviare fax alle autorità chiedendo un'intervista sulla disposizione regolamentare, ma dopo che le richieste sono state inoltrate più volte sia alla polizia che alla municipalità, nessuno ha accettato di parlarne. Il regolamento sembra far parte di un piano per il controllo del randagismo a Guangzhou, un tempo nota col nome di Canton. Distante un'ora di treno da Hong Kong, è una delle città più ricche della Cina e conta su una classe media in rapida crescita, la quale può permettersi di possedere dei cani.
Molti neo-proprietari di cani non si preoccupano di sterilizzare le proprie bestiole e non hanno idea dell'impegno richiesto per mantenere un animale. I cagnolini spesso finiscono sulla strada quando i padroni si sono stancati di far crescere un grazioso cucciolo ormai diventato un cane adulto e bisognoso di una cura costante.
Inoltre Guangzhou si sta preparando per ospitare i Giochi Asiatici l'anno venturo e gli operatori stanno tirando a lucido questa metropoli di dodici milioni di abitanti. La riduzione del randagismo probabilmente significherà marciapiedi più puliti.
La gente ha risposto immediatamente al nuovo regolamento, quando è stato annunciato lo scorso marzo, dice Mao Mao, che sei anni fa ha fondato un rifugio per randagi chiamato "Family of the Pet" ("La famiglia dell'animale domestico"). Lei afferma che prima di marzo riceveva poche chiamate al mese da parte di persone che avevano l'intenzione di rinunciare al proprio cane. "Da marzo ricevo almeno dieci telefonate al giorno" dice la donna, che accetta solo randagi e dà consigli ai proprietari sulle modalità per trovare una nuova casa ai loro animali. "Temo che ci saranno molti più randagi da luglio, quando la normativa diverrà effettiva", dice.
Parecchie altre città cinesi, inclusa Pechino, hanno adottato da tempo la politica di un singolo cane a famiglia. Le istituzioni cittadine sono solite dare il via a rastrellamenti di massa quando la popolazione canina viene ritenuta particolarmente numerosa oppure infetta da epidemie di rabbia o altre malattie. Nel 2006 a Pechino sono stati catturati in un mese 29.000 cani non registrati - una campagna che ha suscitato ira e proteste.
Le preoccupazioni per la rabbia hanno suggerito alle autorità di Hanzhong, città della provincia settentrionale di Shaanxi, di disporre che tutti i cani delle aree colpite dalla malattia venissero uccisi questo mese, così oltre 34.000 animali sono stati uccisi, secondo l'agenzia stampa ufficiale Xinhua.
Questo genere di campagne basate sull'abbattimento, così come le epidemie di rabbia, sono frequenti in Cina, con oltre duemila persone decedute ogni anno dopo essere state morse da cani idrofobi.
Non esiste documentazione riguardante l'irruzione della polizia nelle case per sequestrare i cani, nel corso delle catture del 2006 a Pechino.
Tuttavia testimoni hanno accusato gli agenti di aver raccolto nelle strade del vicinato cani non registrati, per poi ucciderli a bastonate. In una zona della provincia sudoccidentale di Yunnan, dove tre persone sono morte a causa della rabbia, le autorità hanno soppresso cinquantamila cani, spesso bastonandoli a morte di fronte ai padroni.
"Ultimamente a Pechino sta cambiando l'approccio riguardo il controllo degli animali" dice Grace Ge Gabriel, direttrice regionale in Asia per l'International Fund for Animal Welfare. "Le istituzioni cittadine stanno collaborando con l'organizzazione e con le associazioni veterinarie per mettere a punto piani di sterilizzazione degli animali" ha detto.
"Sterilizzare i cani è la chiave per il controllo della popolazione canina" ha affermato. "Pechino si rende conto che esistono soluzioni positive e non conflittuali per superare il problema della sovrappopolazione, invece delle disposizioni draconiane che obbligano a sbarazzarsi degli animali domestici" ha sostenuto.
I padroni di cani a Guangzhou non sono certi che la politica del cane singolo verrà fatta rispettare rigidamente. Spesso le autorità cinesi annunciano una dura nuova legge, lanciano seri provvedimenti e successivamente ignorano le disposizioni.
La signora Chen, la proprietaria del pechinese e del terrier, confida la sua idea di far registrare uno dei suoi cani dai genitori. Racconta che i cinesi sono esperti nel trovare scappatoie e altri modi per eludere le leggi. "In Cina abbiamo un detto: quando le persone ai vertici stabiliscono un regola, le persone alla base trovano un modo per aggirarla."
Fonte:
The Associated Press, One-dog policy in Chinese city forces tough choice, 17 giugno 2009
Traduzione a cura di William Rossin
da SunnyPink
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#501# Fucilati anche a caccia chiusa: dagli “abbattimenti straordinari”
il domenica, 21 giugno 2009
Ora 18:14
Non solo durante i mesi della stagione venatoria la fauna selvatica vive sotto lo scacco dei fucili dei cacciatori. Tra piani di abbattimento straordinari, programmi di eradicazione e di contenimento di varie specie, in tante regioni l'occasione è sempre buona per puntare le armi contro gli animali. Gli ungulati sono stati introdotti nella Valle Maira, nel comasco, nel 2002, e si sono moltiplicati fino a costituire un gruppo di 200 individui. Li accusano ora di far danno al patrimonio forestale e agricolo, oltre che di rappresentare una possibile minaccia per l'incolumità pubblica perché causa di incidenti stradali. E le soluzioni cruente finora si sono rivelate anche inutili. E' il caso emblematico dello scoiattolo grigio, importato dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e diffuso finora in Piemonte, che è scampato a innumerevoli programmi di eradicazione. Poiché è più grande del "cugino" europeo, dal manto rosso, ricorrono infatti le pressioni sull'Italia da parte dell'Unione europea per farlo sparire, ed evitare che continui a competere con la specie autoctona e si diffonda nel continente. Eppure i metodi non selettivi come trappole e veleno sono stati in grado solo di contaminare il territorio e mettere in pericolo altri animali delle stesse dimensioni, magari protetti, ma non hanno prodotto alcun effetto duraturo sul numero degli scoiattoli. «Il fatto stesso che piani straordinari per abbattere animali "nocivi" si ripetano ogni anno - continua De Filippo - è la dimostrazione che non servono a niente: non sarà mai possibile ucciderli tutti e i superstiti continueranno a riprodursi». Ben vengano invece i sistemi ecologici, che ci sono e funzionano. «Si tratta semplicemente di agire con la consapevolezza che gli animali selvatici si moltiplicano se aumenta il cibo a loro disposizione. Gabbiani, cornacchie e roditori, ad esempio, spopolano perché mangiano nelle discariche. Non sarebbe più efficace rendere questi luoghi per loro inaccessibili, piuttosto che sparare? E lo stesso vale per i cormorani, che si cibano dei pesci degli allevamenti scoperti o dei tanto odiati piccioni, a cui si continua a dar da mangiare nelle città, salvo poi lamentarsi del loro numero». A prescrivere il ricorso a soluzioni ecologiche per il contenimento dei cosidetti nocivi, comunque, è la stessa legge, la 157/1992, che riguarda il patrimonio della fauna selvatica. Ma se altre associazioni prenderanno esempio, forse, dal precedente potrà scatenarsi una pioggia di ricorsi, ad annacquare le pallottole già pronte, indebitamente, ad esplodere. Leonora Pigliucci - 11/06/2009 Fonte: Liberazione Animale
E' il caso, per i cinghiali, della Regione Umbria, che ha appena fatto scattare un piano che autorizza le province a dare il via a squadre venatorie e proprietari di terreni (se in possesso di licenza) che potranno sparare anche nelle aree protette. Sono già 14 i cinghiali abbattuti e c'è tempo fino al 15 luglio per farne fuori il più possibile: fino a oltre 3mila negli auspici dell'amministrazione locale. Stessa sorte che potrebbe capitare presto ai cinghiali in Toscana, dove è stata approvata una delibera per l'attuazione dei piani straordinari decisi dalle province, e in Friuli, dove le associazioni degli agricoltori chiedono a gran voce interventi dello stesso tipo. Ma nel mirino delle Regioni ci sono anche nutrie, corvidi e cormorani, caprioli e cervi.
«Il problema principale sta nella politica dissennata degli inserimenti che preludono a successivi piani di abbattimento - secondo Guido De Filippo, segretario nazionale della Lega per l'abolizione della caccia - non appena gli animali si moltiplicano e cominciano a creare problemi all'agricoltura e alle altre specie, i cacciatori vengono autorizzati a sparare e a spargere esche al di fuori della stagione consentita».
Proprio in riferimento ad essa per la prima volta quest'anno, nel mese di maggio, una delibera del Tar del Piemonte ha accolto il ricorso di associazioni animaliste e ha sospeso con effetto immediato tutti i piani di abbattimento straordinario che erano stati varati ai danni di cinghiali, volpi e nutrie nella provincia di Vercelli. Nelle motivazioni il mancato ricorso a metodi non cruenti di contenimento e la non sufficiente motivazione degli obiettivi dei provvedimenti. Caratteristica questa comune di piani di abbattimento straordinari che continuamente vengono approvati alla leggera dagli enti locali da nord a sud.
da SunnyPink
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#500# Gli animali sono oggetti, liberarli è una rapina...
il domenica, 21 giugno 2009
Ora 18:04
Questa è la storia dell'incontro fra una cena e una persona.

L'11 ottobre 2007, sulla ghiacciaia del pam di via Olona di Milano, sotto gli occhi di tutti, qualcuno agonizzava. Agonizzava da giorni. Il corpo gelato, i sensi annebbiati dal freddo. Agonizzava senza sapere perchè. Agonizzava e aveva paura.
Sdraiata su una ghiacciaia, una cena conosceva il terrore, il dolore, la nostalgia... Quella cena, in silenzio, urlava... Quella cena che sognava il mare...
Un continuo rumore copriva quel grido silenzioso e disperato, rendendo quel qualcuno cena silenziosa.
Ma ascoltando per un attimo il silenzio, era impossibile sottrarsi alle urla inascoltate di una cena, che in silenzio piangeva.
Quel giorno, una cena e una persona si guardavano e si ascoltavano. E poi correvano, insieme, verso il sogno di chi era nato astice ed era stato trasformato in cena. Verso il sogno di chi, sognando, piangeva.
Ma una ragazza ora correva fuori da un supermercato con in mano una cena!
L'uomo saltava giù dal camion e bloccava quella ladra di cene costosissime. Chiamava la polizia, per fermare definitivamente quella criminale.
Quella sera, mentre una ladra veniva arrestata per rapina, una cena cuoceva...
Giovedì 5 marzo, avrebbe dovuto avere luogo l'udienza di dibattimento del processo per rapina, in cui avrebbe dovuto essere letta la lettera di rivendicazione che incolliamo qui sotto. All'ultimo momento però l'udienza è stata rimandata al 25 giugno. Abbiamo comunque deciso di cogliere quest'occasione, per poter urlare che un animale non è una cena e che una liberazione non è una rapina.
Giovedì 25 giugno avrà luogo l’udienza di dibattimento. Contemporaneamente, si svolgerà un presidio per la liberazione animale:
25 GIUGNO ore 10 MILANO P.ZZA CADORNA
Ognuno sarà il benvenuto, ma ci piacerebbe non avere sigle o bandiere, per dire ciò che
profondamente sentiamo come persone.
Intanto, nel tribunale dei minori di Milano, verrà letta la rivendicazione che incolliamo qui sotto.
LETTERA DI UN ASTICE AD UN GIUDICE
UNO DEI MILIONI... PROPRIO UNO... PROPRIO LUI...
Immaginate per un attimo di essere sdraiati in una scatola di vetro, a pancia in giù sul ghiaccio, con mani e piedi legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. E' ormai una giornata che siete in quella posizione, o forse cinque minuti, in effetti vi è difficile dirlo con precisione. Siete legati in mezzo a centinaia di giganteschi pacchetti di tetrapack, sacchetti di plastica, bottiglie di lemonsoda, elastici e spazzole per capelli. Centinaia di persone si muovono intorno a voi. Vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all'altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto. Quante ore, o giorni, o minuti saranno passati? qualcuno si ferma, vi osserva, dice qualcosa in una lingua incomprensibile. Un'altra voce risponde da dietro la vostra testa, che è ormai talmente infreddolita da non pensare nemmeno di poterla provare a girare. Da quanti anni, o giorni, siete chiusi lì dentro? ogni secondo dura un minuto, ogni minuto un'ora, mentre contate il tempo secondo dopo secondo, e ad ogni secondo vi chiedete quanti altri ne dovranno seguire. Un guanto enorme si protende verso di voi, vi solleva. La prima voce parla un'altra volta e voi vi ritrovate di nuovo con la pancia sul ghiaccio. Qualcuno di fianco a voi viene sollevato a sua volta e chiuso in un pacchetto di cellofan. Due persone, mentre scelgono le patatine fritte nello scaffale vicino al vostro, guardano la scena come fosse la cosa più normale del mondo. Tutti intorno a voi si comportano come se lo fosse.
Voi li guardate senza capirli e vi chiedete perché siete chiusi lì dentro... e forse è un bene che di questa domanda non possiate conoscere la risposta...
Io vivevo nel buco di uno scoglio (forse questa frase avrei dovuto interromperla a “io vivevo”), levigato dalle onde del mare. Conoscevo perfettamente il mio fondale e sapevo che ogni onda avrebbe portato qualcosa di diverso e di nuovo. Me ne stavo lì, per giornate intere sulla mia roccia, a sentire il risucchio delle onde sul mio corpo immobile.
Non so come abbia fatto a ritrovarmi catapultato all'inferno, è stato un attimo, quello che mi ricordo è solo il fondo del mare, e poi decine, centinaia di pesci schiacciarsi e contorcersi sulla mia schiena e sotto la mia pancia. L'acqua che scendeva, sempre di più, trascinandoci verso il basso, lasciandoci soffocare sempre più schiacciati l'uno sopra l'altro in balia della forza di gravità, ammucchiati come una catasta di legna. Avevo paura, non capivo. All'improvviso siamo precipitati su un piano duro e asciutto. Vedevo tutti morire soffocati, in preda alle convulsioni.
Poi mi sono sentito sollevare, qualcosa di stretto e doloroso mi costringeva le chele. Io non capivo, non sapevo cosa stesse succedendo, tuttora non so cosa sia successo né cosa succeda. Non so come né perchè mi sia ritrovato all'inferno. Il mio corpo è atrofizzato dal ghiaccio. Fatico a muovere le zampe. Un dolore costante e logorante mi stringe la testa e non mi lascia un solo istante di tregua. Mi chiedo perchè, mi chiedo cosa sia il posto in cui mi trovo. Dove sono le onde del mare? Mi chiedo da quanto tempo mi trovo qui e quanto ancora ne dovrà passare. Mi chiedo se sarà questo il posto in cui dovrò morire o cosa ancora mi aspetti. e intanto aspetto, aspetto rassegnato, secondo dopo secondo. Conto il tempo, senza lasciar passare un solo secondo senza chiedermi come e perchè sia stato strappato al mio mare e se mai potrò rivederlo.
E grido in silenzio, perchè voi non la potete sentire la mia voce straziata. E imploro chi di voi ha un cuore di riportarmi a casa.
Un astice dei milioni... proprio uno... proprio io..
In questo processo ci sono due parti in causa: una si deve difendere dall'accusa di rapina, l'altra è quella che accusa. Ogni anno migliaia di astici muoiono bolliti vivi, miliardi di animali vengono torturati uccisi per soddisfare il nostro palato. Al mondo esistono milioni di lager, in cui gli animali non sono che numeri, fatti nascere al solo scopo di essere sfruttati e uccisi, considerati alla stregua di macchine che convertono i mangimi in carne, latte, uova, pellicce, risultati di esperimenti.
Trovo ai limiti dell'assurdo che in questo processo sia io a trovarmi al banco degli imputati, per questo motivo ho voluto con la presente lettera chiamare a testimoniare la vera vittima di tutta la vicenda, l'unico testimone che credo meriti veramente di essere ascoltato. Purtroppo ho dovuto usare sentimenti, parole, sensazioni e pensieri umani per provare a rendere vagamente l'idea della profonda angoscia e del dolore provati dall'animale, e dell'insensatezza della diffusa convinzione che chi ne è responsabile sia nel giusto. E' evidente che si tratti di un espediente letterario e sono consapevole del fatto che l'astice non possa aver provato tali sensazioni così come descritte, ma era l'unico modo per rendere l'idea avvicinandosene il più possibile. So comunque di non essere riuscita nel mio scopo, tuttavia non avrei potuto in alcun modo farlo. Si tratta di situazioni che chi ha vissuto non potrà mai raccontare e da chi non sono state vissute non potranno mai essere comprese... mai sul serio... mai fino in fondo... Tuttavia è sufficiente guardare un animale negli occhi per capire che dietro ad ognuno di loro, così come ad ognuno di noi, si trova un intero mondo, un mondo che nessuno ha il diritto di distruggere deliberatamente.
Considero questo processo un'occasione per provare a dare voce a tutti coloro le cui grida straziate non fanno che rimbalzare contro un muro di silenzio. Ritengo necessario non rinnegare quelle che sono state le vere ragioni del mio gesto per fermarci tutti un attimo a riflettere su cose erroneamente date per scontate, io con voi.
Il grattacielo in cui viviamo, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato. Ed il tutto si regge su un pregiudizio, simile a quello razzista o sessista, il pregiudizio antropocentrico, che giustifica la diversa considerazione degli interessi su base di specie. La scala dei valori è stata completamente ribaltata, conformemente alle esigenze umane, fino al punto di attribuire diverso valore alla sofferenza a seconda del grado di "razionalità" di chi la prova, senza minimamente considerare il fatto che sentimenti e sensazioni come dolore, paura, istinto ed interesse alla sopravvivenza, terrore, percezione della vita e della morte, non sono affatto connessi alla "ragione", ma semmai alla sensibilità, propria degli altri animali così come dell'animale umano. A dire la verità, comunque, non è neanche propriamente la razionalità ad essere portata come principio discriminante, ma la mera appartenenza di specie.
Prendiamo in analisi il caso di un uomo portatore di un handicap tale da renderlo privo di capacità razionali, ma non di sensibilità. Ragionando in modo laico, coerentemente con l'assunto che la razionalità sia il principio che stabilisce il valore della vita, della morte e della sofferenza, l'individuo in questione dovrebbe essere considerato (e di conseguenza trattato) alla stregua di un animale-non-umano, ovvero come un potenziale mezzo che consenta ai cosiddetti "esseri razionali" di conseguire i propri fini. Il fatto che ciò (fortunatamente) non avvenga, rivela un'evidente contraddizione. L'opposta valutazione che spinge in un caso ad infliggere e nell'altro a evitare la sofferenza, non è forse il sintomo di un atteggiamento schizofrenico? Perché non si ha il coraggio di mettere in discussione i principi che lo ispirano, invece di elevarli a verità assolute e indiscutibili? Se lo si facesse, forse un gesto come il mio risulterebbe non solo comprensibile, ma addirittura doveroso ed inevitabile.
Io ho visto la sofferenza negli occhi di quegli animali, questo è stato il motore del mio gesto. La pietas, uno dei più nobili fra tutti i sentimenti. Ho portato una serie di ragioni perfettamente in grado di essere capite. Voi avete la facoltà di stabilire se restituire la dignità ad un essere senziente sia o meno un gesto criminale, ma prima che possiate decidere se volervi prendere questa responsabilità, voglio appellarmi al vostro buon senso, vorrei che voi provaste a chiedervi: siete fino in fondo sicuri di avere il diritto di farlo? E siete certi di poter soprassedere su quanto sopra detto?
...E siete disposti a prendervi la responsabilità di riconoscere la tortura e di condannare la compassione e l'empatia?
Contatti: empatia.animale@gmail.com
empatia.noblogs.org
da SunnyPink
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#499# Apre il Centro Culturale Animalista e Ambientalista
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 20:07
A Torino, una biblioteca e un archivio di materiali informativi animalisti.
Il CCA, Centro Culturale Animalista e Ambientalista, è un'associazione culturale, senza fini di lucro, apolitica, apartitica, areligiosa. Nasce per venire incontro all'esigenza, ambiziosa, di raccogliere e custodire la produzione di ormai più di un secolo (ma, in realtà, più) di materiale "animalista", propagandistico, educativo,informativo.
Il suo cuore sono una biblioteca e un archivio, in cui vengono raccolti libri, cd, dvd, articoli, volantini e manifesti, foto e tutto ciò possa testimoniare e raccontare la storia del movimento.
Ma organizzare il materiale non è il suo unico fine: chi si occupa di animali, deve approfondire le sue conoscenze perché gli animali hanno bisogno di difensori preparati ed in grado di argomentare, da qui l'intenzione di promuovere e rendere fruibile tutto questo materiale, ai soci e non.
Inoltre, come supporto all'attivismo, il Centro vuole diventare un punto di incontro, una zona franca, al di sopra delle parti, in cui tutte le facce dell'animalismo si possano incontrare e soprattutto confrontarsi, così da creare sempre nuove occasioni di crescita e di impegno comune.
L'avvio del Centro, questa primavera, è stato possibile grazie ad un finanziamento della Provincia di Torino, con il quale ha potuto dotarsi di scaffali, di circa 250 libri e attrezzatura varia per poter organizzare eventi nella sua sede. Ora bisogna incrementare il patrimonio: attraverso acquisti, ma soprattutto donazioni di materiale.
Per chiunque fosse interessato a donare al CCA libri o altro materiale, può richiedere la lista del posseduto a culturaleanimalista@libero.it
Il CCA - Centro Culturale Animalista e Ambientalista - si trova a Torino in Via Ormea 24, c/o la sede LAC.
da SunnyPink
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#498# Vittoria in Toscana: mai piu' animali nei corsi ATLS
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 20:05
Non verra' piu' praticata la vivisezione sui maiali nei corsi didattici post-laurea in tutta la regione Toscana.
La battaglia contro l'utilizzo di animali nei corsi per medici e altri operatori sanitari organizzati da Assitrauma dura gia' da oltre un anno, e, nonostante la lentezza del procedimento, sono state ottenute due vittorie: in Piemonte e in Toscana i rispettivi responsabili della regione in questo settore hanno preso l'impegno, puntualmente applicato, di vietare l'uso di animali per il training di medici, infermieri, ecc.
L'impegno che prendiamo noi, come AgireOra Network e come I-CARE Italia, e' quello di continuare la battaglia fino a che in tutta Italia non si useranno piu' animali - ne' vivi, ne' uccisi appositamente prima del corso - nella didattica post-laurea.
Non sappiamo quanto ci metteremo ad ottenere questo risultato finale, perche' sono sempre pratiche molto lunghe, anche se in teoria il divieto di uso di animali in questo specifico campo della vivisezione dovrebbe essere automatico. Recita infatti la normativa sul tema (il decreto legislativo 116/1992):
Inoltre, la circolare del 14 maggio 2001 n. 6, di attuazione della legge 116, su questo punto esplicita:
"gli obiettivi sopra enunciati nei punti a-f valgono particolarmente anche per l'utilizzo di animali a scopo didattico, disciplinato dal punto 3 dell'articolo 8 del D.Lgs. in argomento. Pertanto si ritiene di dovere insistere sulla necessita' che qualunque richiesta di utilizzo di animali a scopo didattico sia preceduta da un'attenta e documentata ricerca bibliografica, in ordine ai metodi alternativi, effettuata dall'Istituto interessato e basata sui piu' moderni sistemi di comunicazione, ivi compreso 'Internet'. Ove possibile si raccomanda l'utilizzazione dell'animale morto anziche' dello stesso anestetizzato".
Da questo si evince che in tutti i casi in cui esistono metodi alternativi non e' legale usare animali, punto e basta. E questi metodi praticamente esistono SEMPRE, nella didattica, in particolare per i corsi ATLS (Advanced Trauma Life Support), dato che il 90% di questi corsi nel mondo non fa uso di animali.
Eppure, si continuano ad uccidere animali a questo scopo (per lo piu' maiali).
La vivisezione e' quasi per nulla normata in Italia e in Europa, nel senso che lo sperimentatore ha mano libera, puo' fare quello che vuole, purche' lo descriva in un protocollo inviato al Ministero della Salute. Uno dei pochissimi campi in cui la normativa e' piu' stringente e' quello della didattica: non permetteremo quindi che le poche norme a favore degli animali vengano infrante in modo cosi' plateale, continueremo a combattere affinche' siano applicate e gli animali siano salvi.
In particolare, vediamo qual era la situazione in Toscana, per la precisione a Pisa: Assitrauma aveva in programma per l'11-12 giugno 2009 un corso di ATLS su maiali vivi presso i laboratori del CNR di Pisa. Questi laboratori risultavano in possesso di "regolare" autorizzazione del Ministero all'uso di animali per i corsi ATLS.
"Regolare" tra virgolette, perche'? Perche', per quanto visto prima, usare animali in questi casi significa infrangere la normativa vigente. Quindi: o quando e' stato presentato il protocollo di richiesta di autorizzazione NON e' stato specificato che i metodi alternativi esistono e sono ampiamente usati in tutto il mondo, nel qual caso il protocollo di richiesta non era in regola; o c'era scritto, ma il Ministero non ha considerato l'informazione e ha dato lo stesso il permesso, nel qual caso non era in regola l'autorizzazione.
Non sappiamo in quale dei due casi eravamo, non abbiamo visto il protocollo di richiesta, ma sappiamo di per certo che il Ministero non ha svolto alcuna indagine e ha emanato un'autorizzazione in contrasto con la normativa che ha il compito di far rispettare.
E sappiamo di per certo anche che questa normativa era infranta, quindi: da qualunque parte fosse il "torto", quanto si voleva fare nei laboratori del CNR non era in linea con quanto prevede la legge.
Questo l'hanno ben capito i responsabili della Regione Toscana, che, essendo sempre e comunque co-responsabili dell'uso di animali nella sperimentazione fatta sul proprio territorio, non hanno voluto che una simile situazione di mancato rispetto della legge avesse luogo, e quindi hanno provveduto a bloccare l'uso di animali e ci hanno inviato la seguente dichiarazione scritta e firmata:
28 maggio 2009
[...]
"Comunico che e' stata assunta la decisione di modifcare, in via definitiva e con effetto immediato le sedute didattiche 'in vivo' su animali che sranno sostituite da sedute che prevedano esclusivamente l'utilizzo di manichini."
[...]
La dichiarazione e' firmata dal responsabile del settore medicina predittiva-preventiva della Direzione Generale diritto alla salute e politiche di solidarieta' della Regione Toscana.
In Piemonte i corsi sono stati bloccati, in Toscana pure, ora ci dedicheremo alle altre regioni in cui si tengono, nonche' alle altre associazioni/aziende che organizzano corsi post-laurea, che siano di ATLS o altro, su animali, vivi o morti che siano.
Saranno utili, come e' stato per il caso della Regione Toscana, le proteste inviate via mail o fax da tanti attivisti anti-vivisezione di tutta Italia, per sostenere ogni singolo caso, fino a che questa abitudine, orrenda ed illegale, di usare animali per il training dei medici verra' spazzata via.
Grazie a tutti.
AgireOra Network e I-CARE Italia
da SunnyPink
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#497# Protesta al concorso ippico di Alessandria
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 20:03
Gli attivisti animalisti si sono fatti sonoramente sentire.
Testimonianza di Massimo
Il 12, 13 e 14 giugno 2009 si è svolto in Alessandria il Settimo Gran Premio Città di Alessandria San Giorgio Cavalli per attirare l'attenzione della città verso lo "sport" dell'equitazione. Il Concorso Ippico che mira a divenire internazionale nei prossimi anni si è svolto nel cuore della città in una torrida piazza Garibaldi. L'evento promosso dalla Città di Alessandria prevedeva gare di salto ostacoli, completo, dressage, ecc., con il montepremi più alto di 20.000 euro. E poi la sera spettacoli definiti di alta scuola equestre: obbedienza, dressage free-style, e numeri da circo con protagonisti i cavalli. Tre giornate piene dedicate ai cavalli nello sport, ai giri in carrozza per le vie del centro, al "battesimo della sella" per i più piccini in groppa a dei pony, alle mostre equine, ecc. Lo slogan scelto per questo evento, "Alessandria cavALca il futuro", la dice lunga su quanto in realtà Alessandria sia ancora lontana da un'ideale di cultura veramente rispettosa della dignità degli altri animali, contraddicendo quelle norme emanate dallo stesso Comune che limitano l'ingresso in città ai circhi con animali.
Con un anticipo di due settimane un gruppo di volontari si è preparato all'evento per esprimere dissenso e informare le persone che lo sfruttamento degli animali, anche nello sport, per profitto e/o divertimento, non può essere considerato patrimonio culturale di nessuna società civile. Sono stati prodotti 2000 volantini (che si sono poi rivelati essere pochi), scritti degli striscioni e inviati comunicati stampa ed e-mail di dissenso al Sindaco e per conoscenza ai giornali. Sono arrivate e-mail da tutta Italia, molte sono state pubblicate da alcuni giornali on-line locali, altri si sono limitati a pubblicare qualche lettera presa a campione elencando poi di seguito le firme di tutte le altre. Sono stati notificati in Questura due presidi, uno previsto per sabato 13 giugno sera e l'altro per domenica 14 giugno pomeriggio.
Sabato 13 giugno sera il primo presidio, in concomitanza all'"European Show", spettacolo di circo equestre. Una decina di volontari a cui poi si sono unite altre persone nel corso della serata, si sono disposte lungo uno dei due lati più lunghi della piazza e a poca distanza dalle tribune degli spettatori che davano la schiena alla strada. Abbiamo aperto gli striscioni e distribuito volantini. Nessuno è stato buttato via, molte persone ci hanno espresso la loro solidarietà e condivisione sulle ragioni della protesta. Mentre dagli altoparlanti su note epiche una voce narrava del "sodalizio" tra l'uomo e il cavallo e annunciava i vari numeri da circo, un'altra voce, la nostra, si sovrapponeva per svelare quello che non veniva detto, e cioè che far nascere animali per privarli della loro libertà, soffocarne l'istinto naturale e costringerli a compiere esercizi che non hanno alcun senso per gli animali, è violenza e che tutto questo non poteva essere spacciato per arte, né tanto meno per cultura. Una coro di "VERGOGNA" a ripetizione indirizzati agli organizzatori del Concorso Ippico e del circo equestre squarciava i momenti di silenzio.
Il giorno seguente, domenica 14 giugno, in una giornata assolatissima, la protesta si è rivolta contro il Concorso Ippico nel corso delle gare. Un'altra voce dirompente domandava di spiegare onestamente dove finivano i cavalli quando non erano più competitivi o si azzoppavano e svelava il giro di affari dietro il mondo dell'ippica, un mondo non così limpido come vuol sembrare, in cui gli animali sono solo dei "mezzi" per trarre profitto. Si invitava la Città di Alessandria e gli sponsor a destinare le loro risorse per organizzare eventi senza l'impiego di animali, perché il futuro è anche quello di rispettare gli animali.
Sono stati fotografati animali mal tenuti (come un asino legato a un palo con una corda lunga nemmeno 30 cm e senza acqua, dei pony sotto il sole cocente e senza acqua). L'apporto delle Guardie zoofile in questa circostanza sarebbe stata molto utile ma al momento le Guardie zoofile di Alessandria non risultano ancora operative. Sulla base di queste foto un'associazione presenterà un esposto per incuria.
Sono stati infine fotografati dei cartelli apposti sulla segnaletica stradale che indicavano il luogo del Concorso Ippico, in violazione del disposto dell'Art. 38 comma 8 del nuovo Codice della Strada (Decreto Legislativo N. 285 del 30/04/1992) secondo cui è vietato apporre su un segnale di qualsiasi gruppo, nonché sul retro dello stesso e sul suo sostegno, tutto ciò che non è previsto dal regolamento. Un'associazione locale presenterà un esposto anche per questo.
Infine è stato inviato un ultimo comunicato stampa a tutti i giornali per ribadire che non vogliamo più Concorsi Ippici e circhi equestri nella nostra città, tanto meno se organizzati proprio dal Comune.
da SunnyPink
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#496# "Aiutami", un romanzo contro la caccia
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 20:01
Una recensione del romanzo "Aiutami" ispirata dal VegFestival.
Ho letto, ho meglio ho cominciato a leggere "Aiutami" di Paolo Grugni, al banchetto che avevamo al VegFestival. Di mattina di gente ce n'era poca e nell'ora di pranzo stava al ristorante o ci si faceva una birra e un panino in uno dei bar. Pero' al banchetto bisognava starci, e tanto valeva passare a prendere un libro allo stand di AgireOra Edizioni per riempire i tempi morti. Di "Aiutami" ne avevo sentito parlare bene ma non avevo mai trovato il tempo di leggerlo.
Fin dall'inizio quella scrittura secca ti fionda in un'atmosfera cupa, fredda, da periferia squassata, con quella pioggia e quelle nebbie che in quei giorni scongiuravamo tutti come la peste. Due pagine, qualcuno che passa, butta l'occhio e tira dritto; venti righe e un "posso lasciarle un volantino?", un'altra pagina, un segno che si perde e poi gente che arriva e il libro si chiude fino all'indomani. Quel freddo, quell'angoscia interrotti mille volte. Chissa' perche' mi e' tornato in mente Deserto Rosso. Eppure li' non c'erano animali, ma solo l'angoscia esistenziale di umani che non sentivano nemmeno le voci di altri umani.
Quelle rime non baciate rivolte al Maestro, come una canzone sgangherata fatta di note rotte e calpestate, come le vite degli animali cacciati e squartati e violentati, rompevano il racconto di quell'azione un po' scombinata, di una mezza promessa d'amore, di vite finite e mai vissute.
Cento pagine che si leggono in fretta, che ti trascinano nel lordume di quel cacciatore Banes, di quelle ombre che vagolano per quelle strade, in quellacitta' popolata di morti, e di assassini. E quei versi in cui senti forte le grida afone dei cani dalle corde vocali recise di Malaparte, il delirio tecnologico degli spari col mouse, le storie dei tanti "grandi" che tali non erano se godevano nell'ammazzare.
"Giulia, ti piacciono gli animali?"
"Si', molto. Perche'?"
"Cosi'". Un sospiro di sollievo, l'inizio di una storia che vorresti bella, che vorresti e basta, per quel Ricky che amava la musica e gli animali.
Quel laido di Banes non capira' niente, neanche con la pistola piantata sul muso riuscira' a capire, ad ascoltare, ad essere vivo. Chi invece vivo lo e' ancora si'. Potra' capire, ascoltare le grida di aiuto, e correre in soccorso.
Questo libro puo' aiutare chi ancora e' sordo al frastuono del campo di battaglia.
Recensione di Valter Fiore
Il libro è disponibile su AgireOra Edizioni: "Aiutami" - di Paolo Grugni
da SunnyPink
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il sabato, 20 giugno 2009
Ora 19:59
Una nuova campagna per promuovere l'adozione di questi gatti sfortunati...
"Adotta un gatto FIV" è una campagna promossa dalle associazioni TicinoFelino e ATRA/CDA in Svizzera e dall'Associazione La Cincia onlus in Italia. La campagna ha come obiettivo far adottare dei gatti FIV o Felv-positivi, perche' oggi c'e' molta ignoranza sull'argomento, a volte i gatti positivi a queste malattie vengono soppressi senza ragione, ed e' molto spesso difficile farli adottare a causa di pregiudizi dovuti all'ignoranza.
Invece un gatto FIV-positivo, ma anche Felv-positivo, non è un gatto destinato a morire in breve tempo. Un gatto FIV positivo ha un'aspettativa di vita di una decina di anni; un Felv positivo di meno, sui tre, quattro anni, ma un 30% non sviluppa mai patologie legate a questa forma di immunodeficenza. Dieci anni non sono pochi per un gatto di casa, e sono tanti per un gatto di colonia che di solito non arriva ai cinque o sei.
Alla pagina della Campagna Adotta un gatto FIV potete trovare maggiori informazioni, i banner per divulgare la campagna e le interviste al dott. stefano Bo sulle malattie infettive dei gatti, utilissime per capire davvero qualcosa sull'argomento, dato che sulla materia regna la piu' totale confusione nella testa della maggior parte delle persone.
Potete anche scaricare un file audio con un'intervista sul tema a due veterinari (16 Mbyte).
E' inoltre disponibile il volantino "Adotta un gatto FIV" che potete richiedere gratuitamente dal sito di AgireOra Edizioni e divulgare presso i vostri conoscenti, negli studi veterinari, nei negozi, ai tavoli informativi, ecc.
Ordina il volantino presso AgireOra Edizioni
Grazie a tutti per la partecipazione!
da SunnyPink
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#494# Consumo di pesce e sostenibilità ambientale
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 19:53
Un articolo del Canadian Medical Association Journal.
Negli ultimi anni le persone vengono invitate, da vari professionisti della nutrizione, a consumare una maggior quantità di pesce, addirittura duplicare o triplicare l'attuale consumo. Lo scopo dichiarato è quello di far aumentare il consumo di acidi grassi omega-3 (EPA e DHA), sostanze che vengono ritenute capaci di prevenire alcune malattie degenerative.
Secondo quanto puntualizzato da alcuni ricercatori di varie università canadesi nell'articolo "Le raccomandazioni nutrizionali sull'uso di olio di pesce sono sostenibili?" pubblicato nel marzo 2009 sulla rivista scientifica Canadian Medical Association Journal, queste raccomandazioni sono assolutamente impraticabili e ambientalmente disastrose. Questa conclusione d'altra parte è molto semplice da trarre: attualmente tutte le "zone di pesca" del mondo sono state devastate dalla pesca selvaggia, e tutti gli esperti del settore concordano nell'affermare che la situazione non è sostenibile. E' dunque irresponsabile consigliare alle persone di consumare ancora più pesce. Al contrario, ne andrebbe consumato molto molto meno (o per nulla).
Secondo quanto riporta l'articolo in esame, già oggi la domanda da parte dei paesi ricchi, sommata a quella dei paesi in via di sviluppo come la Cina, non può essere soddisfatta dalle zone di pesca esistenti nel mondo, che sono in costante declino. Inoltre, il pescato viene diretto ai paesi più ricchi, anziché ai mercati locali, aumentando così l'insicurezza alimentare delle nazioni più povere.
Oltre all'aspetto ambientale, che è comunque primario, perché è semplicemente impossibile non solo aumentare la quantità di pesce pescato, ma nemmeno mantenere gli attuali livelli, gli studiosi affrontano anche l'aspetto salutistico e si chiedono se è proprio vero che gli acidi grassi del pesce sono così positivi per la salute umana.
La maggior parte degli studi sull'olio di pesce sono relativi alla prevenzione della malattia coronarica. Sono stati svolti studi epidemiologici su ampi gruppi di persone e studi clinici randomizzati. Solo gli studi epidemiologici hanno evidenziato un effetto positivo del consumo di olio di pesce, ma, fanno notare i ricercatori, questo è poco significativo, perché le persone in esame avevano uno stile di vita più sano rispetto alla media: facevano più esercizio fisico, fumavano meno, avevano in generale una dieta migliore. In conclusione, nel migliore dei casi l'olio di pesce è solo un fattore - probabile e non certo - in mezzo a tanti altri che possono ridurre il rischio di essere colpiti da malattia coronarica. Infatti, i gruppi di persone che conducono una vita sana e che non consumano pesce - come i vegetariani - non hanno un maggior rischio di malattie cardiovascolari (tutt'altro).
Altri benefici per la salute dell'uso di olio di pesce non sono stati dimostrati in alcuno studio: è stato investigato l'effetto dell'olio di pesce sullo sviluppo neurologico, sul cancro, sulla demenza, sulle malattie autoimmuni, asma, sclerosi multipla e diabete, e nel complesso non si è dimostrata alcuna evidenza di benfici in tutti questi campi.
Da una parte abbiamo quindi benefici per la salute umana non dimostrati e comunque non sostanziali, e dall'altra abbiamo disastri ambientali ben documentati. Nella comunità scientifica vi è pieno consenso sul rapido declino mondiale della quantità di pesci, affermano i ricercatori canadesi. Nonostante le tecniche di pesca sempre più avanzate che non lasciano scampo a nessuna specie di pesce, la quantità del pescato è in declino dalla fine degli anni '80 e il numero di zone di pesca arrivate al collasso è cresciuto esponenzialmente dal 1950 ad oggi.
Ma tutto questo non viene reso noto al pubblico, anzi, si invitano le persone a consumare ancora più pesce, come se gli oceano fossero una riserva inesauribile. Inoltre, le zone di pesca dei paesi in via di sviluppo vengono sfruttate dai paesi sviluppati, che importano grandi quantità di pesce da queste zone.
Se venisse in mente di "risolvere" il problema delle zone di pesca sovrasfruttate con la diffusione dell'acquacoltura (allevamenti di pesci), si andrebbe incontro a un grave errore: l'acquacoltura peggiora il problema anziché risolverlo.
Gli autori dell'articolo spiegano che nei paesi industrializzati i pesci allevati sono pesci carnivori, cioé che mangiano altri pesci (salmone, tonno, spigole) e quindi è necessario pescare altri pesci per nutrire questi, con uno spreco enorme: servono da 2,5 a 5 kg di pesce pescato per "produrre" 1 kg di pesce allevato. E' chiaro come il "rimedio" sia peggiore del male. Non è possibile nutrire i pesci d'allevamento in altro modo, perché altrimenti non conterrebbero gli acidi grassi omega3, i quali sono proprio il motivo per cui il consumo di pesce viene consigliato, anche se come abbiamo visto non vi sono molte basi scientifiche per credere che gli omega3 derivati dal pesce siano particolarmente utili alla salute.
Oltre a peggiorare la situazione dello sfruttamento dei mari, l'espansione dell'acquacoltura causa altri notevoli danni ambientali: la distruzione e l'inquinamento degli habitat acquatici a causa dell'azoto derivante dagli scarichi degli allevamenti; la crescita incontrollata di alghe; la trasmissione di parassiti e malattie dai pesci d'allevamento a quelli selvatici; l'abuso di antibiotici, farmaci e altre sostenze chimiche negli allevamenti.
Non solo non è dimostrato alcun reale vantaggio per la salute nel consumo di pesce, ma sono già noti da anni i pericoli del consumo di pesce per le sostanze nocive che esso contiene, sia esso d'allevamento o selvatico. I pesci, specie i predatori, possono accumulare nelle proprie carni sostanze come metil-mercurio, PCB e diossina. Questo vale sia per i pesci selvatici che per quelli d'allevamento, anzi, per questi ultimi i livelli di PCB e diossina sono ancora più alti (ma non il livello di metil-mercurio). PCB e diossina sono sostanze che causano il cancro.
L'esposizione al mercurio causa invece danni neurologici e può inoltre danneggiare il fegato e i reni. Nel 2004 la Food and Drug Administration del governo statunitense ha suggerito alle donne incinte, a quelle che progettavano una gravidanza, a quelle in allattamento, di evitare il consumo di pesci carnivori, e di applicare la stessa regola ai bambini.
Le conclusioni che traggono i ricercatori canadesi da queste informazioni sono ben precise: i professionisti della nutrizione dovrebbero evitare di consigliare un maggior consumo di pesce o di olio di pesce per ricavare i grassi omega-3, perché da una parte non ci sono dimostrazioni convincenti che ciò sia davvero utile, dall'altra parte quel che è certo è che tali consumi non sono sostenibili. Già con i consumi attuali tutte le zone di pesca sono state devastate: il cosumo non si può aumentare ma si deve, invece, diminuire.
Gli autore dell'articolo auspicano infine uno sviluppo della ricerca sulle fonti vegetali di acidi grassi omega3. Già oggi, tuttavia, sono note fonti vegetali affidabili di omega3: le noci, i semi di lino (macinati) e l'olio di semi di lino (spremuto a freddo e tenuto in frigorifero dalla produzione al consumo). Se si desidera inserire nella propria alimentazione una quantità adeguata di omega3 in modo sostenibile sia per l'ambiente che per la propria salute, basta consumare 1 cucchiaio di semi di lino macinati (oppure 1 cucchiaino di olio di semi di lino) e 30 grammi di noci al giorno.
Fonte:
David J.A. Jenkins, MD DSc, John L. Sievenpiper, MD PhD, Daniel Pauly, Dr rer nat, Ussif Rashid Sumaila, Dr Polit, Cyril W.C. Kendall, PhD and Farley M. Mowat, OC DLitt, Are dietary recommendations for the use of fish oils sustainable?, Canadian Medical Association Journal, March 17, 2009; 180 (6)
da SunnyPink
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#493# L'Amazzonia distrutta dai macelli
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 19:48
Un dossier nuovo espone un problema gia' noto: l'Amazzonia viene rasa al suolo per allevare animali per la produzione di carne.
Leggiamo in un articolo della Reuters del 12 giugno: "Tre importanti catene di supermercati che operano in Brasile hanno deciso di non rifornisi piu' di carne che deriva dalla deforestazione dell'Amazzonia. [...] Questa iniziativa, assunta dall'associazione di settore, fa seguito a un rapporto di Greenpeace che indica nell'industria della carne il principale responsabile della distruzione della foresta amazzonica. [...] Sempre in conseguenza di questo rapporto gli uffici del Procuratore dello stato di Para' hanno emesso una raccomandazione inviata alle maggiori catene di distribuzione e ad altri 73 acquirenti in cui si chiede di bandire l'acquisto di prodotti provenienti da queste aree deforestate. [...]".
Sicuramente è positivo che venga messo in evidenza il problema della deforestazione dell'Amazzonia e che l'industria della carne sia indicata come il vero responsabile di questo scempio. E' un dato noto ormai da molti anni, ma ogni volta che lo si ribadisce e si pubblicano nuovi dati in merito è positivo, perché si informano le persone . Il rapporto di Greenpeace da cui discendono queste prese di posizione si intitola significativamente "Slaughtering the Amazon" ("Amazzonia che macello!", nella versione in italiano).
Scorrendo velocemente questo documento vengono riconfermati i dati già noti da rapporti precedenti di altri associazioni: "l'allevamento e' responsabile per l'80% del processo di deforestazione dell'Amazzonia" e "in Brasile il settore dell'allevamento e' responsabile del 14% della deforestazione su scala globale". Sempre dal rapporto: "Il Brasile condivide con la Cina le prime posizioni per l'esportazione di pellame, ed e' il primo esportatore di carne."
Il rapporto, attraverso indagini sotto copertura, e mappatura satellitare, svela come i grossi nomi del settore si avvalgano di sottofornitori che operano fuori dalla legalita', di complicita' statali e del supporto di organismi finanziari... fatto sta che lo stesso governo brasiliano prevede di raddoppiare la quota di mercato entro i prossimi 10 anni: mercato che gia' oggi fattura qualcosa come 6.9 miliardi di dollari.
Val la pena notare che un quarto di questo fatturato stratosferico deriva dal pellame: a dimostrazione che "la pelle" e' tutt'altro che un prodotto di scarto, ma una componente essenziale dell'industria della carne, quindi chi non vuole finanziare l'industria di allevamenti e macelli non può comprare scarpe o altri oggetti in pelle.
Nel riquadro che sintetizza le conclusioni del rapporto e che elenca il "cosa fare" per risolvere il problema, troviamo:
- fermare il traffico di allevatori e compagnie coinvolte nel processo di deforestazione;
- fermare le sovvezioni a queste compagnie;
- sostenere la moratoria alla deforestazione;
- sostenere i protocollo di Copenhagen e individuare un meccanismo per finanziare la protezione delle foreste.
Certamente tutte queste cose vanno fatte, ma ne manca una di essenziale, senza la quale tutto il resto non serve a nulla. Se si individua nell'industria della carne e del pellame il primo responsabile di questo disastro, coerenza e logica vorrebbero che Greenpeace sottolineasse l'importanza di ridurre i consumi di carne. E' l'unica vera arma che il singolo ha in mano: cambiare i suoi consumi.
Come si puo' parlare di "catastrofe climatica irreversibile", ammettere il collegamento stretto tra carne e distruzione ambientale, intitolare un rapporto "Slaughtering the Amazon", e poi eludere del tutto l'origine del problema, che altro non e' se non il consumo di carne per l'alimentazione umana?
Come si puo' chiedere di sostenere moratorie contro la deforestazione e tacere sull'unica azione che ognuno di noi puo' fare concretamente?
Non si pretende che Greenpeace inviti a diventare vegan, sarebbe inimmaginabile. Ma almeno una riduzione drastica dei consumi deve chiederla quando invita i suoi sostenitori a "partecipare" per salvare la foresta.
Invece cosa chiede? Chiede di boicottare solo quella carne, quella che viene da animali allevati nella foresta amazzonica! E di boicottare certe marche di scarpe che utilizzano il pellame di questi animali.
Ma questo non ha senso. Se i consumi continueranno ad aumentare, come sta succedendo oggi, non c'è altra soluzione se non allevare gli animali nelle uniche aree ancora disponibili sul pianeta. Già oggi il 66% delle terre fertili del pianeta vengono usate per la "produzione" di carne (per allevamenti e per le coltivazioni di mangimi per animali), se vogliamo allevare ancora più animali, dove possiamo trovare la terra per farlo? Nelle foreste. E quindi è impossibile evitare la deforestazione se non si diminuiscono i consumi di carne.
Da qualsiasi allevamento provenga la carne che si mangia - o la pelle delle scarpe e dei divani - questo consumo provoca sempre e comunque la deforestazione dell'Amazzonia o di altre foreste. Solo diminuendo drasticamente i consumi, meglio ancora azzerandoli, si potrà liberare terreno e non sarà più necessario abbattere le foreste.
Un'altra soluzione non esiste. E Greenpeace, sia internazionale che italiana, ancora una volta, non lo dice, e invita soltanto a scegliere una marca di scarpe piuttosto che un'altra, e a comprare la carne in una data catena di supermercati piuttosto che un'altra. Come se questo cambiasse qualcosa.
Chi non vuole essere preso in giro e prendere in giro se stesso, può fare una cosa sola: preso coscienza della situazione, mangiare in un modo più sostenibile, aumentando la quota di cibi vegetali e diminuendo quella di cibi animali nella propria alimentazione di ogni giorno.
E' la scelta più potente che possiamo fare, facciamola, in tanti.
Fonti
Reuters, Brazil retailers ban beef from cleared Amazon area, 12 giugno 2009
Greenpeace International, Slaughtering the Amazon (summary), giugno 2009
da SunnyPink
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#492# Gli arpioni illegali islandesi uccidono la prima balena del 2009
il sabato, 20 giugno 2009
Ora 19:45
La baleniera islandese Renegade ha massacrato la sua prima balena della stagione.
La Sea Shepherd ha ricevuto la seguente lettera da un cittadino islandese:
-----Original Message-----
From:
Sent: Tue 5/26/2009 7:15 PM
To: inform-us
Oggetto: Aiutatemi! Mi vergogno di essere Islandese! La prima balena è stata uccisa alle 22:40 GMT del 26 maggio
Salve,
ho pensato di scrivervi perchè non sapevo più a chi rivolgermi! La prima balena è stata uccisa o almeno arpionata alle 22:40 GMT del 26 di maggio! Se non muore immediatamente verrà legata alla nave e trascinata in lungo e in largo soffrendo tremendamente fino a che non verrà trovata un’altra vittima da arpionare!
Non sapete quanto mi vergogni di essere un islandese!
Hanno il permesso di cacciare e uccidere 99 balene. L’industria del “whale watching” è sconvolta e così anche tutti gli islandesi che sono contrari a questa orribile caccia. E' come se il nostro governo fosse diventato sordo.
L’unico modo per fermare questo massacro è far sì che le spese per effettuare questa macabra caccia siano più elevate dei soldi stranieri guadagnati dalla vendita della carne di balena! L’Islanda e i prodotti islandesi dovrebbero essere banditi finché non smetteranno di cacciare e uccidere!
Vivendo in questa piccola comunità, ho paura per la mia incolumità fisica avendo detto pubblicamente ciò che penso al riguardo! I cacciatori di balene sono solo dei prepotenti e una vergogna per la nostra nazione.
Spero che in qualche modo la comunità mondiale faccia pressione sul governo Islandese per fargli cessare questa caccia. Vi prego aiutatemi a fermare questi assassini!
------------------------
Le baleniere islandesi stanno cacciando specie di balene considerate in via di estinzione in evidente violazione della moratoria mondiale sul commercio di carne di balena e delle normative CITES.
Nel 1986 la Sea Shepherd Conservation Society è riuscita a interrompere le attività di caccia illegali mettendo fuori uso metà della flotta islandese.
In 2007, la nave della Sea Shepherd, la Farley Mowat, stava per giungere in Islanda quando arrivò l’annuncio della cessazione delle attività illegali di caccia alla balena.
Sembra che ora la nostra campagna Ragnarok contro i balenieri islandesi debba ricominciare.
L'Islanda è una delle tre nazioni del mondo che cacciano illegalmente le balene. Questo asse di brutalità ed eco-criminalità comprende anche il Giappone e la Norvegia.
Fonte:
Sea Shepherd, Icelandic Harpoon Illegally Kills Its First Whale for 2009, 27 maggio 2009
da SunnyPink
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#491# 350.ORG 24 ottobbre 2009
il giovedì, 18 giugno 2009
Ora 17:37
Uniti per il pianeta TERRA!
da SunnyPink
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il domenica, 14 giugno 2009
Ora 15:02
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#489# Quando la bestia si chiama uomo
il domenica, 07 giugno 2009
Ora 14:47
Quando la bestia si chiama uomo

Violenze. Abbandoni. Incuria. Commerci illegali. In Italia si moltiplicano i casi di maltrattamento degli animali. Spesso nella indifferenza delle istituzioni
Non ci sono parole. C'è il delirio di 120 cani che abbaiano disperatamente. C'è la distesa di feci e urine attorno a queste bestie. C'è il tanfo dell'acqua putrida dentro abbeveratoi che grondano muffa. C'è la pena per il lupo e i bastardini che saltellano allucinati, roteando su se stessi con lo sguardo fisso. Questo si trova nel canile privato D.a.c. di Crispiano, 13 mila abitanti alle porte di Taranto.
Un quadro che gli attivisti Lav (Lega anti vivisezione) denunciano dal 2006: «L'unica alienante prospettiva visuale, per gli animali, è l'opprimente muro perimetrale», hanno scritto alla Procura. Hanno segnalato anche «la totale e ininterrotta costrizione in cattività, in spazi estremamente squallidi e angusti». Eppure non è servito. I magistrati non hanno ritenuto di procedere, e per la Asl locale il caso non esiste. Così si è andati avanti.
Con un dettaglio incredibile: il trasferimento in furgone, per 800 infiniti chilometri, di molte bestie imprigionate a Crispiano dentro un canile in provincia di Reggio Emilia, dove il titolare Claudio Balugani conferma il meccanismo. Anche se un documento della Regione Puglia, firmato dall'assessore alle Politiche della salute, specifica che «gli animali non possono essere ospitati in rifugi fuori dalla Regione». Anche se è una storia triste, e dolorosa per i cani che la devono subire. «La parola tabù è maltrattamento», commenta Maria Rosaria Esposito, fondatrice del Nirda (Nucleo investigativo forestale per i reati in danno agli animali): «Gli italiani si dichiarano grandi amici delle bestie, ma troppo spesso le trascurano. Le umiliano. Le trattano come oggetti e non esitano a sfruttarle: negli allevamenti, nei canili e anche in zoo e circhi che violano le regole».
Dal 2006 a oggi, non a caso, le indagini della Forestale hanno portato alla denuncia di 137 persone e a 5 .849 sequestri tra cani (3.635), gatti (760) e altri animali. Interventi realizzati grazie alla legge del 2004, sottolinea Esposito, che punisce con severe multe e il carcere (dai 3 ai 18 mesi) «chiunque sevizi o provochi, per crudeltà o senza necessità, la morte di un animale». Un buon deterrente, sulla carta. E altrettanto suggestivo, a livello internazionale, è il Trattato di Lisbona del dicembre 2007, in cui si dice che «l'Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali». Poi però c'è la quotidianità, fatta di canili come quello di Crispiano. O quello di Campobasso, dove i consulenti della Procura hanno trovato in un sopralluogo «pessime condizioni igienico-sanitarie, giacigli sporchi, acqua insufficiente » e bestie «con lesioni cutanee». Per non parlare del randagismo e dei maltrattamenti legati alle sue cause occulte.
«Perché la gente, a ragione, resta turbata quando i branchi di cani attaccano l'uomo», spiega l'ausiliario di polizia giudiziaria Bruno Mei Tomasi, presidente dell'Anta (Associazione nazionale tutela animali): «Ma l'abbandono di queste bestie non è casuale: alle spalle c'è un business da un miliardo e mezzo di euro». Un affare, testimonia Mei Tomasi, gestito silenziosamente da canili privati del Centrosud: «Lager indecenti che catturano gli animali (ottenendo dai Comuni tra i 2 ai 5 euro al giorno per il mantenimento), li fanno riprodurre in condizioni pietose, e liberano i nuovi nati per poterli riacciuffare».
Tutto senza problemi, da anni. In un clima generale che non si scompone per gli abusi sugli animali. Anzi: li tollera e sottovaluta, dicono le associazioni ambientaliste, «soprattutto nelle aree agricole dove le bestie sono strumenti di lavoro e profitto, e più in generale in provincia». Il 7 maggio, per esempio, sono stati uccisi a bastonate vicino a Perugia (Umbertide) quattro gattini con la madre, scaraventati nel giardino della signora che li accudiva. Tre giorni prima a Villa del Bosco, Biella, un uomo di 47 anni ha decapitato a colpi d'ascia un barboncino perché «creava ansia» alla fidanzata. Ma non è finita. Il 27 marzo, in provincia di Pordenone, una coppia di ventiduenni ha cercato di accoppiare un meticcio a un dobermann. E quando la bestia si è rifiutata, i ragazzi l'hanno massacrata con una stanga di ferro, attaccando la carcassa a un montacarichi e filmando la scena con il cellulare.
«Il tragitto è lungo, perché gli italiani imparino a rispettare gli animali», ammette il sottosegretario alla Salute Francesca Martini (Lega). Più in generale, «è la società occidentale a essere anti-animalista », sostiene Valerio Pocar, docente di Sociologia del diritto all'università di Milano- Bicocca (nonché autore per Laterza del saggio 'Gli animali non umani'): «Si infierisce sulle bestie in quanto esseri inferiori», dice, «ed è uno schema riproposto nelle relazioni umane». Il risultato è che un pastore lodigiano, transitando con il gregge per la sua città, ha trovato naturale scaricare un agnello vivo nel cassonetto, perché non riusciva a tenere il passo. E con la stessa disinvoltura, un signore della provincia barese ha imprigionato il suo daino in un recinto di 30 metri quadri, ai bordi della provinciale, lasciandolo senza riparo dalla pioggia e il sole fino allo stremo (condanna a 5 mila euro di multa).
«Anche se attenzione», avvertono i forestali, «un conto sono le barbarie dei singoli cittadini, per quanto gravi, gravissime, un altro gli abusi reiterati dei commercianti». A cosa alludano, gli investigatori si capisce parlando con Alessandro, 36 anni, diploma di liceo scientifico, professione importatore clandestino di animali di razza. La sua attività, racconta senza imbarazzi, consiste nel trasferire cuccioli di cani, uccelli e quant'altro dai paesi dell'Est («Romania, soprattutto, ma anche Slovenia e Polonia») stipandoli dentro il doppio fondo del suo furgoncino, e vendendoli a negozianti e privati. «Un sistema rodato e molto diffuso», sorride. Certo, ammette, «un buon 20 per cento delle bestie non sopporta il viaggio, le trovo morte all'arrivo». E un'altra buona percentuale, aggiungono gli animalisti, muore nel periodo successivo, infestata da parassiti intestinali, cimurro e patologie ereditarie.
«Perché così vuole il mercato», denuncia Massimiliano Rocco, responsabile per il Wwf della lotta al traffico degli animali: «Troppe famiglie cercano esemplari di razza ma vogliono spendere poco. E se alla fine il cucciolo non è di razza e i proprietari se ne accorgono tardi, finisce che se ne sbarazzano». Per questo, per stroncare i mercati illeciti, il magistrato di Cassazione Maurizio Santoloci (responsabile dell'ufficio legale Lav) e altri specialisti dedicano corsi di formazione a tutte le forze di polizia, aiutandole a intervenire con velocità e competenza. «Anche se è una guerra impari», fa notare Mei Tomasi. Uno sforzo che s'incunea tra i due estremi italiani: «Da un lato i 500 milioni spesi nel 2008 per la toelettatura, le pensioni e l'addestramento degli animali d?affezione. Dall'altro il cinismo sfrenato di certi allevatori».
Recentissima, per citare un caso clamoroso, è la condanna a sei mesi di un allevatore di Godega di Sant'Urbano (Treviso), al quale i Nas hanno trovato 7 mila conigli abbandonati senza cibo, in parte morti ma lasciati in gabbia con quelli vivi. Altrettanto orribile è il fenomeno delle cosiddette "mucche a terra", che al macello Calzi di Bertodico (Lodi) è costato il patteggiamento a quattro mesi del titolare. Sotto accusa, in particolare, è il trattamento riservato alle vacche "da riforma": bestie massacrate dai cicli intensivi di produzione, non più in grado di alzarsi o camminare. «Per spostarle», documenta un'inchiesta svolta per otto mesi in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna dell'organizzazione internazionale Animal's Angels, «le colpiscono con pungoli elettrici, le trascinano con corde e catene, le alzano con verricelli e le caricano a forza sui camion».
Il tutto in barba al regolamento europeo, secondo cui «gli animali che presentino lesioni, problemi fisiologici o patologie, non vanno considerati idonei al trasporto». Premesse sconfortanti, oltre che fuorilegge. Ancora di più se confrontate con le riflessioni di Francesca Rescigno, docente di Istituzioni di diritto all'università di Bologna: «Neppure l'antropocentrismo giuridico più estremo», ha riferito a Montecitorio lo scorso ottobre, «può rimanere impassibile rispetto alle elaborazioni scientifico-dottrinali, che dimostrano come gli animali siano esseri senzienti ». Ormai, ha proseguito, è certo che le bestie sono «in grado di provare piacere e dolore, di avere desideri e aspettative». E appunto per questo «meritano di evolvere dalla condizione di cose a quella di soggetti». Resta il fatto, che chi fa business con gli animali applica parametri più spicci.
E la riprova, secondo gli investigatori, arriva da vicende come quella di Zoo Grunwald, società che «da trent'anni fornisce animali al cinema». Tra i registi nel suo curriculum, ci sono mostri sacri tipo Martin Scorsese e Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Bernardo Bertolucci. Eppure gli uomini del Nirda, perquisendo la sede romana, sono rimasti perplessi: «Tutta la struttura», spiega la relazione di servizio, era «in condizioni igienico-sanitarie e strutturali assolutamente inadatte a detenere animali». Le bestie, nel complesso, risultavano «sottoposte a notevole stress psicofisico ». I lupi si trovavano «in grave stato di denutrizione»; i serpenti giacevano in un locale senza «finestre, completamente imbrattato di feci dall'odore acre e nauseabondo »; i bovini venivano nutriti «con verdure marcescenti a contatto con il letame». E persino i pappagalli, erano «detenuti in condizioni pessime».
Il 15 luglio ci sarà la prima udienza del processo. Ma a prescindere dalla Zoo Grunwald, e dai sospetti che la riguardano, resta un disagio di fondo. È la sensazione che «il maltrattamento animale non sia soltanto una questione di regolamenti violati, ma anche un sintomo di imbarbarimento sociale», per usare le parole del giudice Santoloci. Non basta, insomma, la «vigilanza assoluta» assicurata dal sottosegretario Martini. E nemmeno il tavolo sul benessere animale, avviato meritoriamente «con le associazioni ambientaliste piccole e grandi, i veterinari, le Regioni e i dirigenti del ministero». Bisogna visitare una mattina qualunque (quella del 7 maggio scorso) lo zoo di Napoli, per rendersene conto. All'ingresso, infatti, campeggia la scritta «Abbiamo gettato le fondamenta per la rinascita dello zoo».
E anche sulle vecchie gabbie, chiuse per palese inadeguatezza, risaltano cartelli arancioni (in parte arrugginiti) dove si torna ad annunciare il «nuovo zoo», in cui «gli animali verranno esposti in spazi più ampi, che riprodurranno i loro ambienti naturali». Nel frattempo, però, lo spettacolo è quello riassunto da una nonna al nipotino: «Che tristezza...», dice scuotendo la testa. Ed è difficile darle torto. Davanti agli occhi, ha la fossa di cemento con spezzoni di legno dove un orso bruno, spelacchiato, ripete ciclicamente lo stesso percorso: un cerchio che non s'allarga e non si stringe. Identico e ossessivo.
La stessa sorte, d'altronde, toccata alle due tigri poco lontane, costrette in una gabbia ammuffita senza gli arricchimenti naturali previsti dalle norme Cites (Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora). Solo una pozzanghera d'acqua, spetta a questi felini, che la sfiorano camminando avanti e indietro, indietro e avanti. Alla fine, dopo avere visto e filmato anche l'elefante sotto al sole, in uno spazio privo di cespugli e alberi, fisso davanti al cancello del suo ricovero (chiuso, sostengono gli animalisti, per assicurare la visione al pubblico), lo sconforto è totale. E il disagio contagia, parlandone, anche il sottosegretario Martini: «In tempi stretti», promette, «invierò un'ispezione per verificare questa o altre situazioni ». Un intervento che molti, umani e animali, attendono fiduciosi.
IL VIDEO - LE IMMAGINI - LO ZOO DI NAPOLI
da SunnyPink
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#488# Svezzamento e infanzia vegan
il sabato, 06 giugno 2009
Ora 15:49
da SunnyPink
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#487# Introduzione all'alimentazione vegetariana nella prima infanzia
il sabato, 06 giugno 2009
Ora 15:47
link: http://www.tvanimalista.info/video/salute/alimentazione-vegetariana-prima-infanzia/
da SunnyPink
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#486# Prime cure ai randagi di Capo Verde
il sabato, 06 giugno 2009
Ora 14:53
Prime cure agli animali Capo Verde grazie alla raccolta fondi terminata ad aprile.
Grazie alla raccolta fondi lanciata sul sito di AgireOra a gennaio 2009, denominata Cure veterinarie a Capo Verde, sono stati raccolti circa 1500 euro, che sono serviti per acquistare materiale sanitario e farmaci da usare a Capo Verde presso la sede dell'Associazione Si Ma Bo per curare e sterilizzare molti animali.
Nelle due foto sopra e sotto, potete vedere la dottoressa Raineri, veterinaria che si e' offerta volontaria per aiutare l'associazione, e il suo assitente, in partenza alla Malpensa e all'arrivo a Sao Vicente con gli scatoloni di materiali.Grazie davvero a tutti per aver permesso questo risultato con le vostre donazioni!
Nel mese di aprile la dottoressa Raineri ha visitato la sede di Si Ma Bo, organizzato l'ambulatorio e la sala chirurgica, inizianto a eseguire i primi 36 interventi di sterilizzazione sugli animali ricoverati presso il rifugio dell'associazione, e effettuato molte visite cliniche.
Nella foto qui sotto la dott.ssa Raineri sta visitando un cagnolino insieme allaimpareggiabile signora Fernanda che ci aiuta in tutto in sede.
In queste altre due foto si vede la visita veterinaria a un gatto, e un'operazione di sterilizzazione di un un cane fatta a domicilio, richiesta da un signore molto generoso che ha donato all'associazione 500 euro piu' un sacco di crochette la settimana (donazione che dura ormai da molti mesi).
E infine, una foto di uno dei tanti gruppi di poveri gattini abbandonati vicino ai cassonetti, di cui l'associazione ai prende cura, e una bella foto di gruppo con la dottoressa, il personale del rifugio, pazienti e visitatori.
Si ricorda che SI MA BO ricerca urgentemente veterinari volontari, ma anche volontari non veterinari, disposti a recarsi sul posto.
L'aiuto richiesto e' per le campagne di sterilizzazione di cani e gatti e per prestare pronto soccorso agli animali incidentati che vengono portati quotidianamente all'associazione dalle persone che li raccolgono per strada o che non hanno le possibilità economiche di portarli nell'unico ambulatorio veterinario dell'isola, aperto solo un'ora al giorno dal lunedì al sabato e non disponibile per le urgenze.
Ai medici veterinari si offrono volo (Italia - Sal - Sao Vicente e ritorno), vitto e alloggio nel B&B La terrazza in cambio del lavoro volontario.
Le spese del materiale necessario per le sterilizzazioni sono a carico dell'associazione.
Ai volontari non veterinari offriamo l'alloggio nel B&B La Terrazza in cambio della partecipazione alle attività del rifugio e a quelle eventualmente svolte in altri quartieri della città o villaggi dell'isola compatibilmente con il tempo disponibile.
A tutti sono richieste capacità di adattamento e referenze di precedenti incarichi svolti in Italia o all'estero.
Per ricevere tutte le info sull'attività dell'associazione scrivere a simabo@hotmail.it, indicando possibilmente un numero di telefono fisso e gli orari in cui si è reperibili.
Grazie!
Notizia dal progetto di AgireOra Network: 'Sostegno a SI MA BÔ in Italia'. Collaborazione tra AgireOra Network e SI MA BÔ associazione di Capo Verde che si occupa principalmente di sensibilizzare la popolazione nei confronti dei diritti degli animali, agendo in maniera diretta contro il randagismo attraverso campagne di profilassi antiparassitaria, adozione e sterilizzazione, nonché incontri informativi nelle scuole e presso la sede operativa. [ Dettagli sul progetto 'Sostegno a SI MA BÔ in Italia' ]
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